martedì 17 febbraio 2009

Martedì 17 Febbraio 2009 - Commento alla Parola

Martedì della VI settimana del Tempo Ordinario (Anno I)
"Gen 6,5-8; 7,1-5.10" / Sal 28 / Mc 8,14-21

Commento Marco 8,14-21
(don Paolo Curtaz)

Ieri parlavamo della durezza di cuore dei farisei che mettono
alla prova Gesù. E qualcuno di noi – probabilmente – in
assoluta sincerità di cuore, avrà pensato di non poter essere
annoverato tra coloro che mettono sempre alla sbarra Dio. Bene!
Attenti però al rischio numero due, quello dei discepoli:
l'incomprensione. Gesù parla loro del lievito da cui guardarsi,
dell'atteggiamento cioè dei farisei che può insinuarsi anche
nella primitiva comunità (ma va?) e di quello di Erode che vede
in Gesù un avversario, in Dio un concorrente; e loro, gli
apostoli, in maniera incredibilmente ottusa, cominciano a
dissertare sulla loro merenda. Pericolo incombente, quello
descritto da Gesù (e dagli apostoli che non esitano a
raccontarlo nel vangelo), di chiudersi in un ragionamento
piccolo, di non avere più fiato e ali per volare in alto.
Succede, alle volte, nelle nostre comunità di ingrandire a
dismisura i problemi piccoli e piccolissimi per non vedere invece
quelli grandi e ingombranti, chiudere il recinto del piccolo
gregge per paura del confronto col mondo esterno. Chiediamo
davvero al Signore di renderci liberi dalle incomprensioni, di
non ripiegarci su noi stessi, se egli ci chiama a capire in
profondità ciò che accade a noi e alla storia, chiediamogli di
scuotere e provocare le nostre comunità quando perdono mordente
e profezia.

Tu ci chiedi di stare attenti al lievito dei farisei, che può
contagiare le nostre comunità con l'eccessiva attenzione
all'esteriorità, e al lievito di Erode, che aggiunge il calcolo
politico alla libertà evangelica; e noi, troppo spesso, siamo
preoccupati delle questioni materiali. Abbi pietà di noi, o
misericordioso!

martedì 10 febbraio 2009

Martedì 10 Febbraio - Commento alla Parola

Martedì della V settimana del Tempo Ordinario (Anno I)
Gen 1,20 .2,4a / Sal 8 / Mc 7,1-13

Commento Marco 7,1-13
(don Paolo Curtaz)

Gesù è libero di fronte alle norme che regolavano la
purificazione rituale, scandalosamente libero; eppure il suo
atteggiamento non è quello un po' adolescenziale e un po' snob
di chi si sente superiore alle regole della vita comune, no; lui
entra nel profondo, nello spirito autentico della norma, senza
cadere nel legalismo, il Signore vede la ragione di una norma e
ne valuta l'opportunità o meno: la sua non è la ripetizione
stanca di una tradizione che ci impedisce di crescere, ma una
interpretazione matura e posata dell'obiettivo che la norma vuole
raggiungere. La tradizione degli uomini, allora come oggi,
rischia di soffocare il comandamento di Dio e troppe volte
attribuiamo a Dio pensieri e comportamenti che, in realtà, sono
frutto della nostra ostinazione; Gesù non ha detto: "io sono la
conservazione" ma "io sono la verità" e la Chiesa, le comunità
parrocchiali e religiose devono davvero essere pronte a leggere
ogni piccola scelta, ogni tradizione degli uomini alla luce della
Parola innovativa del vangelo. Così il rispetto della tradizione
diventava un escamotage per non soccorrere i genitori:
consacrando al Tempio il proprio reddito non si era tenuti a
devolverlo ai genitori bisognosi, contravvenendo – e gravemente
– alla norma del rispetto e della tutela dei propri famigliari.

Oggi, 11 febbraio, ricordiamo anche l'apparizione di Maria a
Lourdes, segno di speranza per milioni di ammalati. Sono proprio
loro, i fratelli ammalati, ad essere oggi al centro della nostra
riflessione e della nostra preghiera: sentano vicina la presenza
consolatoria della madre di Dio.

Rendici liberi, Signore, di fronte alla norma, aiutaci a
distinguere le tradizioni degli uomini dal tuo comandamento che
è sempre e solo un comandamento d'amore!

venerdì 6 febbraio 2009

Conferenza sul conflitto israelo-palestinese: Luigi Sandri.

La Comunità Domenicana di Agognate in collaborazione con la Commissione Diocesana Giustizia e Pace di Novara, organizzano per

mercoledì 11 febbraio
una Conferenza di approfondimento sul
conflitto israelo-palestinese con il giornalista Luigi Sandri.
L’incontro si terrà alle ore 20.45
presso il Convivio della Parrocchia di Sant’Agabio
(C.so Milano 21d) Novara.


Il groviglio inestricabile di ragioni storiche e politiche di ambo le parti in causa rendono del tutto incomprensibile a chi non è coinvolto capire le motivazioni che stanno a monte di questa serie ininterrotta di guerre che dura ormai da oltre 60 anni. Cercare di comprendere la situazione che si è venuta a creare in questa zona del Medio Oriente che i cristiani chiamano Terra Santa, ci sembra un primo passo per offrire tutto il nostro sostegno e il nostro appoggio alle vittime innocenti di una guerra assurda.
Invitiamo i mezzi di comunicazione locale a dare informazione di questa iniziativa al fine di ampliare la nostra conoscenza su quanto accade nel vicino Oriente. Cordiali saluti.

Padre Domenico Cremona
Comunità Domenicana Agognate

Don Mario Bandera
Commissione Diocesana Giustizia e Pace

Venerdì 6 Febbraio - Commento alla Parola

Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno I)
Eb 13,1-8 / Sal 26 / Mc 6,14-29

Commento Marco 6,14-29
(a cura dei Carmelitani)

1) Preghiera

Dio grande e misericordioso,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te...

2) Lettura

Dal Vangelo secondo Marco 6,14-29
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, poiché
intanto il suo nome era diventato famoso. Si diceva: “Giovanni
il Battista è risuscitato dai morti e per questo il potere dei
miracoli opera in lui”. Altri invece dicevano: “È Elia”;
altri dicevano ancora: “È un profeta, come uno dei profeti”.
Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: “Quel Giovanni che io ho
fatto decapitare è risuscitato!”.
Erode infatti aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in
prigione a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo, che
egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: “Non ti è lecito
tenere la moglie di tuo fratello”.
Per questo Erodiade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo
uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo
giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se
nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava
volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo
compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli
ufficiali e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della
stessa Erodiade, danzò e piacque a Erode e ai commensali.
Allora il re disse alla ragazza: “Chiedimi quello che vuoi e
io te lo darò”. E le fece questo giuramento: “Qualsiasi cosa
mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno”.
La ragazza uscì e disse alla madre: “Che cosa devo
chiedere?”. Quella rispose: “La testa di Giovanni il
Battista”. Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta
dicendo: “Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di
Giovanni il Battista”. Il re ne fu rattristato; tuttavia, a
motivo del giuramento e dei commensali, non volle opporle un
rifiuto.
E subito mandò una guardia con l’ordine che gli fosse portata
la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione
e portò la testa su un vassoio, la diede alla ragazza e la
ragazza la diede a sua madre.
I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il
cadavere e lo posero in un sepolcro.

3) Riflessione

• Il vangelo di oggi descrive come Giovanni Battista fu
vittima della corruzione e della prepotenza del Governo di Erode.
Morì senza essere giudicato da un tribunale, nel corso di un
banchetto di Erode con i grandi del regno. Il testo presenta
molte informazioni sulla vita di Gesù e sul modo in cui i
potenti dell’epoca esercitavano il potere. Fin dall’inizio
del Vangelo di Marco scorgiamo una situazione in sospeso. Lui
aveva detto: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò
nella Galilea predicando il vangelo di Dio!” (Mc 1,14). Nel
vangelo di oggi, quasi improvvisamente, sappiamo che Erode aveva
già ucciso Giovanni Battista. Quindi il lettore si pone la
domanda: ”Cosa farà allora con Gesù? Patirà lo stesso
destino?” Oltre a fare un bilancio delle opinioni della gente e
di Erode su Gesù, Marco pone un’altra domanda: “Chi è
Gesù?” Questa ultima domanda cresce nel vangelo fino a
ricevere la risposta definitiva dalla bocca del centurione ai
piedi della Croce: "Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!"
(Mc 15,39)
• Marco 6,14-16. Chi è Gesù? Il testo comincia con un
bilancio sulle opinioni della gente e di Erode su Gesù. Alcuni
associavano Gesù a Giovanni Battista e ad Elia. Altri lo
identificavano con un Profeta, cioè con qualcuno che parlava a
nome di Dio, che aveva il coraggio di denunciare le ingiustizie
dei potenti e che sapeva animare la speranza dei piccoli. Le
persone cercavano di capire Gesù partendo dalle cose che loro
stesse sapevano, credevano e speravano. Cercavano di inquadrarlo
secondo i criteri familiari dell’Antico Testamento con le sue
profezie e le sue speranze, e della Tradizione degli Antichi, con
le loro leggi. Ma erano criteri insufficienti. Gesù non entrava
in questi criteri. Lui era più grande!
• Marco 6,17-20. La causa dell’uccisione di Giovanni.
Galilea, terra di Gesù, fu governata da Erode Antipa, figlio del
re Erode, il Grande, dal 4 avanti Cristo fino al 39 dopo Cristo.
In tutto, 43 anni! Durante tutto il tempo in cui Gesù visse,
c’erano stati cambiamenti nel governo della Galilea! Erode
Antipa era il signore assoluto di tutto, non ascoltava nessuno e
faceva ciò che gli pareva! Ma chi veramente comandò in
Palestina, fin dal 63 prima di Cristo, fu l’Impero Romano.
Erode, per non essere deposto, cercava di accontentare Roma in
tutto. Insisteva soprattutto in un’amministrazione efficiente
che producesse entrate all’Impero Romano. L’unica cosa che lo
preoccupava era la sua sicurezza e la sua promozione. Per questo,
reprimeva qualsiasi tipo di sovversione. Flavio Giuseppe, uno
scrittore di quell’epoca, informa che il motivo della prigionia
di Giovanni Battista era la paura che aveva Erode di una sommossa
popolare. A Erode piaceva essere chiamato benefattore della
gente, ma in realtà era un tiranno (cf. Lc 22,25). La denuncia
di Giovanni contro di lui (Mc 6,18), fu la goccia che riempì il
bicchiere, e Giovanni fu fatto prigioniero.
• Marco 6,21-29: La trama dell’assassinato. L’anniversario
e il banchetto di festa, con danze e orge! Era l’ambiente in
cui si tramavano le alleanze. La festa prevedeva la presenza
“dei grandi della corte, degli ufficiali e delle persone
importanti della Galilea”. In questo ambiente si trama
l’assassinio di Giovanni Battista. Giovanni, il profeta, era
una denuncia viva in questo sistema corrotto. Per questo fu
eliminato con il pretesto di un problema di vendetta personale.
Tutto ciò rivela la debolezza morale di Erode. Tanto potere
accumulato nelle mani di un uomo che non si controlla! Sotto
l’entusiasmo della festa e del vino, Erode giurò con
leggerezza qualcosa a una giovane ballerina. E superstizioso
com’era, pensava di dover mantenere questo giuramento. Per
Erode, la vita dei sudditi non contava nulla. Disponeva di loro
come se fossero degli oggetti. Marco racconta il fatto così come
avvenne e lascia alle comunità il compito di trarre le
conclusioni.

4) Per un confronto personale

• Conosci casi di persone morte vittima della corruzione e del
dominio dei potenti? E conosci nella nostra comunità e nella
nostra chiesa persone vittima dell’autoritarismo e di un
eccesso di potere?
• Superstizione, vigliaccheria e corruzione distinguevano
l’esercizio del potere da parte di Erode. Come si comportano
quelli che oggi esercitano il loro potere su gli altri?

5) Preghiera finale

La via di Dio è diritta,
la parola del Signore è provata al fuoco;
egli è scudo per chi in lui si rifugia. (Sal 17)

mercoledì 4 febbraio 2009

Mercoledì 4 Febbraio - Commento alla Parola

Mercoledì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno I)
Eb 12,4-7.11-15 / Sal 102 / Mc 6,1-6

Commento Marco 6,1-6
(don Paolo Curtaz)

Una doppia meraviglia contraddistingue oggi la Parola: meraviglia
da parte della folla per l'improvvisa sapienza del loro ormai
famoso concittadino Gesù, il figlio del bravo artigiano Giuseppe
e del fatto che, pur non essendo né uno scriba né un dottore
della legge, parla della Torah con autorevolezza, e la meraviglia
addolorata di Gesù dell'incredulità della sua gente. Poche
volte Gesù, nel Vangelo, si stupisce: quasi sempre per la fede
di qualcuno o – come qui – per l'ostinata chiusura del cuore,
anche di fronte all'evidenza di prodigi la cui fama hanno
raggiunto la sua Nazareth.
La presenza di Dio in mezzo a noi non è stata, né mai sarà,
scontata o semplice; è vero: nell'essere umano esiste come una
connaturale propensione al trascendente, al di più (ah, a meno
che, come di questi tempi, in cui il cervello e l'interiorità
vengano messi in stand-by); ma l'idea di Dio che ne scaturisce è
sempre in bilico tra qualcosa di immenso e stupendo e immenso e
tremendo. Gesù, diventando uomo, ci viene a svelare in maniera
definitiva come è fatto Dio, chi è Dio ma non sempre ciò che
Gesù dice ci è gradito, anzi... Lo vogliamo davvero un Dio
così? Un Dio che potendo evitare la fatica dell'esistere,
sceglie, invece, di diventare sudore, sorriso, amicizia, fatica?
Lo vogliamo davvero un Dio dimesso e timido che rischia di non
essere accolto, che rifiuta il prodigio che sa essere ambiguo e
di difficile interpretazione? Un Dio che accetta la sfida della
sconfitta sulla croce pur di dare credibilità al suo messaggio
d'amore? Pensateci, prima di rispondere. A me, alle volte,
verrebbe più voglia di credere in un Dio scostante ma potente,
che si lascia convincere a elargire qualche miracolo, che si fa
gli affari suoi e che, al limite, mi da qualche regola da
rispettare per poter accedere alla fine al sorteggio del premio
finale. Attenti, abitanti di Nazareth, a non lasciarci
scandalizzare dall'umanità di Dio, dal suo desiderio di
condividere con noi non solo la gloria finale, ma anche la fatica
del vivere; non lasciamo Dio chiuso nei tabernacoli o nelle
nostre devozioni, ma permettiamogli di entrare nei nostri fumosi
uffici, nelle nostre piccole case riempite di problemi: è lì
che Dio ha scelto di stare!

Signore, siamo qui a riconoscerti profeta nella nostra Patria, a
superare le nostre limitate visioni e stupirci della tua immensa
lungimiranza e grandezza.

lunedì 2 febbraio 2009

Lunedì 2 Febbraio - Commento alla Parola

Presentazione del Signore
Ml 3,1-4 / Sal 23 / Eb 2,14-18 / Lc 2,22-40

In attesa della luce
(don Paolo Curtaz)

Quest'anno il calendario civile incrocia il calendario liturgico
e pone di domenica una festa del Signore poco conosciuta: la
Presentazione al Tempio; in questo giorno, nei tempi antichi, si
benedicevano le candele per tutto l'anno, a significare quella
luce delle nazioni che profetizza il vecchio Simeone: la presenza
del Signore Gesù; un forte richiamo Pasquale, quello di oggi, a
ricordarci della luce del Signore Risorto simboleggiata dal cero
pasquale.

Quaranta giorni dopo la nascita di Gesù avviene la
circoncisione: un gesto semplice e antico che indicava
un'appartenenza a un popolo, ad una storia. Fa una certa
impressione vedere questa coppia di Nazareth compiere questo
gesto, questo Dio che non si sottrae al gesto dell'alleanza, che
asseconda le tradizioni, che si riconosce nella scelta di
compromettersi con l'esperienza del popolo di Israele.

Famiglia povera - offrono due colombi, la tariffa prevista per
le famiglie povere - Giuseppe e Maria, ancora tutti stupiti degli
eventi accaduti durante la nascita di Gesú, restano di nuovo
sconcertati dalla presenza del vecchio Simeone, un habitué del
Tempio che riconosce in questo neonato la presenza stessa di Dio.

Simeone è il simbolo della fedeltà del popolo di Israele che
aspetta con fiducia la venuta del Messia; la costanza e la
perseveranza di molte persone anziane che nella loro semplice
fede ancora frequentano le nostre comunità investite dai
radicali cambiamenti della nostra contemporaneità; ma - nello
stesso tempo - Simeone è il simbolo dell'uomo che aspetta
perché sì la vita è desiderio, la vita è cammino, la vita è
attesa. Attesa di luce, di salvezza, di un qualche senso che
sbrogli la matassa delle nostre inquietudini e dei nostri
"perché".

Quante volte incontro persone che si lamentano del fatto di non
aver potuto tenere in mano il loro destino, di aver dovuto
rincorrere una vita non scelta, di avere fatto dei progetti che
gli si sono sbriciolati in mano. A loro, a me, Simeone insegna a
perseverare, ad affidarsi, a capire che la vita vera è oltre, è
altrove, è diversa dai risultati che riusciamo a conseguire, dai
sogni che riusciamo a realizzare.

Bellissima la preghiera intensa di Simeone che finalmente vede
l'atteso: ora è sazio, soddisfatto, ora ha capito, ora può
andare, ora tutto torna. La vita è così, amici, bastano tre
minuti per dare senso e luce a tutta una vita di sofferenze, tre
minuti per dare luce ad una vita di attesa. L'importante è avere
un cuore spalancato, capace, non rinchiuso dal dolore e dalla
sofferenza, non asfaltato, non superficiale... Incontrare il
Signore o intuirne la presenza, avere insomma fede, credere e
sperare significa proprio mettersi in ascolto e attendere, anche
tutta la vita se necessario.

Certo: duro è perseverare nell'attesa, eppure è una scommessa
ardita che tutti siamo invitati a compiere perché la nostra
intera vita diventi attesa di una risposta esaustiva e
soddisfacente che - infine - colmi i cuori. Simeone ha visto la
luce: la luce già c'era, già esisteva, già era manifesta, e
lui la vede, lui se ne accorge. La fede è un evento di apertura,
è un accorgersi perché - lo so è un paradosso, che ci posso
fare? - davanti al sole possiamo ostinatamente tenere gli occhi
chiusi e dire: il sole non esiste.

Chiediamo al Signore di alleggerire il nostro cuore, di non
permettere che la sofferenza o la superbia ci chiudano gli occhi
al vero e al bene che risplende nelle pieghe del nostro
martoriato e fragile tempo. A Maria Simeone profetizza
sofferenza. Questa acerba adolescente che ha creduto nella follia
di Dio si trova ora, per la prima volta, davanti alla misura
della sua scelta: la misura dell'amore. Maria sa che accogliere
Dio le costerà fatica, e tanta. Sa che ormai la sua vita è e
resterà diversa. Eppure crede, vi aderisce, vi acconsente.
Perché amare può voler dire, in certe occasioni, patire. Sia
lei, oggi, a insegnarci a vivere l'amore fino alla fine, a
imparare a donare tutto di noi, per tramutare il dono il
concretezza, il sentimento il gesto, l'amore in dono.